Augusto Graziani e l’equilibrio economico generale.
Dall’analisi disaggregata all’analisi macroeconomica (e poi alla dinamica strutturale?)

In una serie di contributi apparsi nel corso degli anni ’60, il più importante dei quali è certamente la monografia Equilibrio generale ed equilibrio macroeconomico (1965), Augusto Graziani presentava un’interessante analisi della teoria dell’equilibrio economico generale e della sua evoluzione storica. Muovendo dalle incongruenze della teoria walrasiana della capitalizzazione, che già erano state discusse da Garegnani (1960), Tosato (1963) e Trezza (1963), Graziani sottolineava la necessità di riformulare l’equilibrio generale in termini aggregati per poter affrontare il problema della dinamica. L’invarianza dei prezzi nel tempo, e dunque la persistenza dell’equilibrio, poteva essere assicurata soltanto dall’assunzione di un tasso uniforme di espansione di tutti i beni capitali impiegati dal sistema: una condizione che equivaleva a considerare i differenti beni capitali come dimensioni di una singola merce. Diventava allora possibile per Graziani argomentare che, anche senza far proprie le assunzioni estremamente irrealistiche di preveggenza perfetta e dell’esistenza di mercati a termine per ogni istante futuro del tempo, l’equilibrio economico generale non poteva, se voleva condurre un’analisi realmente disaggregata, andare oltre la descrizione statica dell’economia in un istante puntuale del tempo. Un approdo alla dinamica era possibile, ma soltanto sulla base di un’analisi di tipo aggregato: in questa prospettiva, le analogie che Graziani metteva in luce tra il modello di von Neumann, che ambiva a tradurre la prospettiva walrasiana in termini dinamici, e i modelli macroeconomici di accumulazione di Harrod e Kaldor apparivano tutt’altro che casuali. Sebbene in questo modo l’estensione dell’equilibrio alla dinamica poteva dirsi compiuta e soddisfacente dal punto di vista formale, la significatività economica del risultato appariva per Graziani insoddisfacente. Anzitutto, l’opposizione tra teoria classica e teoria marginale della distribuzione restava aperta nella misura in cui nel modello di von Neumann, che a partire da Champernowne (1946) era stato invece letto come riabilitazione della prospettiva classica, non cessava di esibire una relazione funzionale tra salario e offerta di lavoro. Inoltre, questo approccio non poteva rinunciare all’assunzione della configurazione tecnologica come data, facendo così astrazione dell’interrelazione tra progresso tecnico, squilibrio e accumulazione del capitale: l’assimilazione del sistema economico al caso in cui non esista che una singola merce rappresentava una indebita semplificazione, che non rendeva possibile prendere in considerazione le differenze tanto nei saggi del profitto quanto nelle variazioni dei livelli di produttività nei differenti settori di un’economia in fase di sviluppo.

Nel seguito di queste note presenterò anzitutto la discussione che Graziani svolge in Equilibrio generale ed equilibrio macroeconomico della teoria walrasiana della capitalizzazione. Passerò successivamente all’analisi che svolge dei tentativi di estendere alla dinamica l’analisi walrasiana, prima da una prospettiva microeconomica, incentrata sul problema della compatibilità dei piani degli agenti individuali, e poi da una prospettiva macroeconomica, avente l’ambizione di definire le condizioni che assicurano, in condizioni di prezzi costanti, il mantenimento del pieno impiego delle risorse nel tempo. Quest’ultimo punto ci permetterà di prendere in considerazione la disamina che Graziani svolge delle differenti versioni post-walrasiane dell’equilibrio: alla distinzione tra equilibri disaggregati ed equilibri aggregati si intreccia quella, in base alla differente interpretazione del consumo, tra equilibri classici ed equilibri neoclassici. Infine, si esamineranno le ragioni che per Graziani sancivano l’insufficienza del paradigma dell’equilibrio economico generale per la trattazione della dinamica economica, in un approccio che tanto nei richiami quanto nelle esigenze teoriche manifestate appare in sintonia con il progetto che Pasinetti poi realizzerà di sviluppare una dinamica economica strutturale.

 

L’equilibrio economico generale in Walras

Nell’analisi che sviluppa dell’equilibrio economico generale per come formulato da Walras, Graziani discute le principali – e antitetiche – critiche che erano state rivolte all’autore degli Éléments, vale a dire quelle di aver formulato, alternativamente, un sistema indeterminato (Tosato e Trezza) o sovradeterminato (Garegnani).

Secondo la prima obiezione, il modello di Walras è compatibile con differenti valori del saggio di interesse. Quest’ultimo, affinché i prezzi possano essere determinati, deve essere assunto come determinato esogenamente. La ragione di tale indeterminazione è dovuta al fatto che se si accetta, come Walras, l’ipotesi di coefficienti fissi di produzione, la domanda di ciascun bene capitale non sarà influenzata dalle equazioni della capitalizzazione: queste ultime si limiteranno a determinare la proporzione tra differenti beni capitali compatibile con un saggio di rendimento netto uniforme, senza però fissare il livello assoluto della domanda di ciascuno di essi. Quest’ultimo sarà allora determinato dalla domanda complessiva di investimento. Tuttavia, per la determinazione di quest’ultima si richiede che sia nota una curva di domanda che metta in relazione, date le dotazioni e le funzioni di utilità degli individui, il saggio di interesse e la quantità di capitale investito. Ma, come aveva già osservato Joan Robinson (1953), in presenza di beni capitali eterogenei non è possibile costruire una misura della quantità di capitale diversa da quella in valore. Una tale misura in valore presuppone che sia noto il tasso d’interesse: quest’ultimo deve essere allora assunto come dato affinché il sistema sia determinato.

Inoltre, procedeva Graziani, l’assunzione di coefficienti fissi conduceva Walras a un risultato decisamente poco neoclassico: la struttura della produzione risultava sufficiente alla determinazione dei prezzi, mentre le quantità prodotte risultavano determinate dalle funzioni di utilità. Nella misura in cui l’indeterminazione del sistema risultava, sotto l’assunzione di coefficienti fissi, dall’impossibilità per le funzioni di utilità di agire sui metodi di produzione adoperati, il passaggio ai coefficienti variabili era sufficiente ad assicurare l’esistenza di una soluzione unica. Sotto l’assunzione, particolarmente restrittiva, della perfetta sostituibilità tanto dei beni di consumo quanto dei servizi produttivi, diventava inoltre possibile escludere che la soluzione contenesse prezzi negativi, problema al quale inevitabilmente il sistema walrasiano era altrimenti inevitabilmente esposto. In alternativa, in linea con la riformulazione dell’equilibrio generale proposta da Abraham Wald (1935, 1936), quest’ultima difficoltà poteva essere risolta trasformando le equazioni di equilibrio in disequazioni. Si ammetteva così da un lato che l’offerta potesse risultare superiore alla domanda, e in questo caso il bene era da considerarsi non scarso, e dunque gratuito, e dall’altro che il prezzo di un bene potesse essere inferiore al suo costo di produzione – caso in cui il processo produttivo non avrebbe allora avuto luogo.

Se Graziani ritiene così legittima, per quanto superabile attraverso una riformulazione del modello, l’accusa di indeterminazione, diverso è invece il caso della critica per cui l’equilibrio walrasiano sarebbe sovradeterminato. Secondo Garegnani, il tasso d’interesse è determinato in Walras dalle equazioni che stabiliscono l’eguaglianza del costo di produzione di ciascun bene capitale con il suo prezzo. Indicando r il saggio di interesse, con v1,…,vm i prezzi degli m servizi produttivi impiegati per produrre i nuovi beni capitali e con b11…b1s,… bm1…bms i coefficienti di produzione che definiscono le proporzioni in cui i diversi servizi produttivi sono adoperati negli s processi produttivi, queste equazioni hanno la forma:

b11v1 + b21v2 + ··· + bm1vm = v1 r

b1sv1 + b2sv2 + ··· + bmsvm = vs r

Garegnani assume poi che gli m prezzi dei servizi produttivi siano in realtà indipendenti dalla determinazione dei prezzi dei beni capitali di nuova fabbricazione. Tali prezzi sono per lui determinati, insieme ai prezzi dei beni di consumo, esclusivamente dalle equazioni che stipulano l’eguaglianza di domanda e offerta di ciascun servizio insieme a quelle che pongono l’eguaglianza di domanda e offerta dei beni di consumo, e devono pertanto essere presi come dati all’interno di questa nuova serie di equazioni.

A giustificazione di questa affermazione, Garegnani sottolineava che le differenze tra i coefficienti di produzione necessari alla produzione dei diversi beni capitali non dovessero essere significative. Di conseguenza, le variazioni nella domanda relativa dei beni capitali non avrebbero avuto effetti sui prezzi relativi dei servizi produttivi e, conseguentemente, sui prezzi relativi dei beni di consumo. Dati dunque non soltanto i coefficienti di produzione, ma anche i prezzi dei servizi produttivi, appariva allora evidente che ogni equazione finiva col determinare un diverso saggio di interesse, rendendo il sistema sovradeterminato.

Per Graziani, l’indipendenza dei prezzi dei beni di consumo e dei servizi produttivi dai prezzi dei beni capitali appariva tuttavia del tutto ingiustificata: non solo mancava in Walras qualsiasi cenno in questa direzione, ma essa risultava contraria alla logica dell’equilibrio economico generale, in cui tutte le variabili endogene sono interdipendenti e, di conseguenza, determinate simultaneamente.

Inoltre, le equazioni in questione non servivano alla determinazione del saggio di interesse, ma alla fissazione delle proporzioni in cui i nuovi beni capitali doveva essere prodotti per assicurare un saggio di interesse uniforme. Il valore di quest’ultimo era invece fissato dall’equazione che stabiliva l’equivalenza tra risparmio lordo e valore dei beni capitali prodotti:

S = v1 r K1 + v2 r K2 + ··· + vs r Ks

L’infondatezza dell’obiezione di Garegnani non significava, tuttavia, che non si ponesse la questione dell’esistenza di diversi saggi di interesse. Quest’ultimo emergeva tuttavia non per la determinazione dell’interesse sui beni capitali di nuova fabbricazione, ma per la coesistenza di questi ultimi con beni capitali durevoli prodotti in periodi differenti e, dunque, in condizioni di produzione distinte da quelle correnti. Come aveva già osservato Pareto (1896-1987), questi ultimi dovranno inevitabilmente beneficiare, all’equilibrio, di quasi-rendite negative o positive date dal divario tra il loro costo di produzione, determinato in un periodo anteriore, e il loro valore corrente, che risulta dalle condizioni dell’equilibrio presente. La divergenza del loro saggio d’interesse rispetto a quello sui beni di nuova produzione non rappresenta allora un problema, ma è la conseguenza inevitabile dell’esistenza di periodi passati del processo economico. È soltanto quando la struttura della produzione sia ormai diventata stazionaria che il sistema può essere compatibile con l’assenza di quasi-rendite e, dunque, con la piena uniformità del saggio di interesse, un punto del quale lo stesso Walras appare consapevole:

Se si suppone che nella società esistano già capitali mobiliari fissi vecchi di specie (k), (k’), (k’’) … in quantità Qk, Qk’, Qk’’ … i cui servizi lordi e netti si pagano a prezzi determinati dal sistema delle equazioni della produzione e coi saggi d’ammortamento e d’assicurazione, non è affatto certo che l’ammontare E dei risparmi consenta la fabbricazione di capitali mobiliari fissi nuovi in quantità tali che si possano soddisfare le l ultime equazioni. Probabilmente in una società come quella da noi supposta, che stabilisce il suo equilibrio ab ovo, l’uguaglianza dei saggi dei redditi netti non esisterebbe; essa non esisterebbe probabilmente nemmeno in una società che fosse disorganizzata economicamente da una guerra, una rivoluzione o una crisi. (Elementi di economia politica pura, § 267)

Se le criticità della teoria walrasiana potevano così essere risolte dal punto di vista formale, l’oggetto economico descritto dalle equazioni finiva tuttavia per assumere una forma affatto peculiare: nella misura in cui i prezzi risultavano determinati soltanto per il periodo corrente, l’equilibrio assumeva una natura puntuale, del tutto indifferente tanto agli stati passati che agli stati futuri del sistema economico. Si sacrificava così, costo per Graziani inaccettabile, la struttura temporale dei processi economici:

Con l’introduzione dei beni durevoli, il tempo dovrebbe entrare a far parte del sistema dell’equilibrio generale; ma il sistema dell’equilibrio generale, per sua struttura, è tale da descrivere unicamente situazioni istantanee e prive di durata. (Equilibrio generale ed equilibrio macroeconomico, pp. 66-67)

Ogni periodo che le equazioni permettono di descrivere “rappresenta così un episodio chiuso; non esiste alcun meccanismo che conduca da un equilibrio al successivo, perché la soluzione di equilibrio di ogni periodo non dipende dalle soluzioni dei periodi precedenti” (p. 67). Il modello walrasiano descrive così un mondo “nel quale la storia ricomincia tutti i giorni da principio” (p. 67). Questa prospettiva implica, procede Graziani, non soltanto che nulla assicuri che la struttura produttiva sia tale da escludere l’esistenza di quasi-rendite, ma anche che non ci sia garanzia che lo stock di capitale sia tale da assicurare il pieno impiego delle risorse.

Detta condizione potrebbe realizzarsi soltanto in presenza di piena sostituibilità dei beni capitali, oppure qualora ci sia piena compatibilità tra stock di capitale a disposizione e composizione della domanda. La prima opzione, equivalente all’esistenza di un solo bene capitale, cancella la peculiarità dell’equilibrio generale come strumento analitico capace di incorporare l’eterogeneità tanto dei beni capitali quanto dei beni di consumo. La seconda possibilità non può invece essere assicurata da alcun meccanismo economico, e può verificarsi soltanto in modo casuale: i beni capitali ereditati dai periodi anteriori sono stati prodotti avendo in vista gli stati passati della domanda, che potrebbero essere lontanissimi dalla sua composizione presente.

Se è soltanto in condizioni del tutto indipendenti dal meccanismo di determinazione dei prezzi che l’equilibrio walrasiano “squilibrato nella sostanza e caduco nella durata” (p. 70) è in grado di assicurare delle soluzioni che non solo siano stabili nel tempo, ma che assicurino inoltre, oltre all’eguaglianza formale tra domanda e offerta, il pieno impiego delle risorse disponibili, la significatività dell’equilibrio generale può essere salvaguardata soltanto attraverso una riformulazione del modello che sacrifichi l’indipendenza dei diversi periodi. Questa riformulazione può essere tentata o facendo sì che le decisioni prese dagli agenti economici siano compatibili per tutto il tempo in cui perdurano i loro effetti, riguardando così non soltanto il periodo corrente ma anche quelli futuri, oppure imponendo delle condizioni che assicurino che il sistema dei prezzi rimanga invariato nel corso del tempo.

 

L’equilibrio neoclassico dopo Walras

Tre sono per Graziani i possibili tentativi di salvaguardia del valore sostanziale dell’equilibrio economico generale che possono essere fatti per affrontare il problema della compatibilità delle decisioni individuali in un orizzonte multi-periodale.

Un primo approccio, che l’autore rintraccia in Pigou (1935), von Wieser (1889) ed Eucken (1954), consiste nel supporre che sia un singolo agente a prendere la totalità delle decisioni. In questo modo, che avrà poi fortuna con i tratti dell’agente rappresentativo, “ogni eventuale incompatibilità fra piani di soggetti autonomi viene automaticamente eliminata” (p. 71) per definizione. Sopprimendo la questione della compatibilità tra piani di agenti eterogenei, questo approccio è giudicato, nonostante la sua popolarità, irricevibile.

Una seconda soluzione consiste nell’attribuire preveggenza perfetta agli agenti: la conoscenza di tutti gli stati futuri dell’economia permetterà agli agenti di formulare piani che troveranno sempre riscontro. Non solo, ma poiché tutti gli agenti formulano i propri piani in base a un’identica conoscenza del futuro, questi saranno fra loro mutualmente compatibili. Questa posizione, formulata da Knight (1921) e da Hayek (1941) non può essere accettato in un mondo in cui “nella pratica degli eventi, l’errore di previsione rappresenta la regola; la previsione corretta costituisce l’eccezione” (p. 72).

Rimane infine la possibilità, formulata da Hicks in Value and Capital (1939), che esistano, accanto ai mercati correnti, mercati a termine per ogni prodotto. Le contrattazioni su tali mercati permettono agli agenti di acquisire conoscenza dei prezzi in vigore nei periodi futuri. Se questa proposta rappresenta un avanzamento rispetto a quella di Hayek nella misura in cui fornisce una giustificazione della conoscenza dei prezzi futuri da parte degli agenti, che ne sono i negoziatori, essa finisce per sopprimere il problema della natura temporale del processo economico ascrivendo la negoziazione dei prezzi al solo periodo iniziale, e interpretando i periodi successivi come mera esecuzione di quanto stabilito inizialmente.

La sterilità degli approcci di Hayek e di Hicks non si riduce alla loro mancanza di realismo, così come all’implicito ritorno a una prospettiva statica, ma include il fatto che, seppur assicurando l’assenza di quasi-rendite, nulla ci dicono di quali condizioni un equilibrio debba rispettare per assicurare il pieno impiego delle risorse disponibili. La formulazione di un equilibrio economico generale di natura sostanziale sembra allora passare per l’abbandono della prospettiva neoclassica.

 

L’equilibrio macroeconomico

Se l’introduzione delle aspettative conduce inevitabilmente, in un quadro di equilibrio generale dinamico, all’ipotesi irrealistica di preveggenza perfetta o alla prospettiva statica di una contrattazione di tutti i prezzi nel solo primo periodo del processo economico, il ritorno dell’idea per cui gli agenti prendano le proprie decisioni sulla base dei prezzi correnti può suggerire un diverso approccio al problema, alla condizione che questi prezzi non subiscano modificazioni nel corso del tempo. Questa prospettiva può applicarsi tanto al caso di un’economia stazionaria, in cui non c’è formazione di nuovo capitale, quanto al caso di un’economia dinamica, purché l’accumulazione non perturbi i costi relativi di produzione, e purché il reddito addizionale che viene creato non modifichi la composizione della domanda. In questo secondo caso, l’economia dovrà crescere a un tasso costante e mantenendo invariate le proporzioni in cui i diversi beni capitali figurano nella produzione. In un simile equilibrio dinamico il valore totale dei beni capitali rappresenterà una quota costante del reddito complessivo, mentre il saggio di rendimento sugli investimenti (che deve rimanere costante) sarà dato dal rapporto tra la crescita del reddito monetario e la propensione al risparmio del sistema.

In un’economia in cui tanto la composizione del reddito quanto della produzione rimane costante ogni bene può essere visto come porzione di un’unica merce che viene riprodotta sulla stessa scala, o ampliata ad un tasso costante di espansione. L’attribuzione di un significato sostanziale all’equilibrio economico generale, se lo si vuole rendere qualcosa di più di un modello statico “nel quale passato e avvenire compaiono come soli dati esogeni” (p. 78) porta allora inevitabilmente a sacrificare la sua dimensione disaggregata. Non è allora un caso che “la moderna teoria dinamica sia stata svolta quasi esclusivamente mediante l’uso di modelli aggregati” (p. 78).

A questi ultimi appartengono anzitutto i modelli di Harrod (1948) e di Domar (1957), di cui Graziani sottolinea è l’indeterminazione del tasso di investimento: una volta che sia stato determinato, come effettivamente il modello permette, il livello di investimento che ne assicuri l’equilibrio con il risparmio (e con esso il pieno impiego delle risorse) “nulla assicura che gli investimenti effettivi si uniformeranno a questa misura” (p. 81). Diversamente dall’approccio walrasiano, che include un meccanismo di convergenza verso l’equilibrio radicato nelle disposizioni degli agenti ad acquistare al rialzo e vendere al ribasso, la prospettiva macroeconomica si limita a fissare le condizioni che assicurano un equilibrio sostanziale nel tempo – il massimo della crescita compatibile con il pieno impiego delle risorse – senza però fornire alcuna garanzia che queste condizioni possano spontaneamente trovare realizzazione.

Nonostante si presenti come equilibrio disaggregato, anche il modello di von Neumann deve per Graziani essere iscritto a questa categoria di modelli. Infatti, nel formulare le condizioni di crescita bilanciata, esso definisce un unico tasso di espansione per tutti i settori produttivi. Nella misura in cui le merci che compongono il sistema manterranno giocoforza intatta la proporzione in cui figurano come parti del prodotto, la prospettiva di von Neumann finisce per essere, per le ragioni che abbiamo detto, congruente con quella di un approccio macroeconomico. Non solo, ma il suo modello può essere visto come un caso particolare del modello di Harrod – quello in cui la propensione marginale al risparmio equivale all’unità e in cui l’intero reddito nazionale sarà di conseguenza reinvestito: tasso di crescita e saggio del profitto allora coincidono.

 

Equilibri classici ed equilibri neoclassici

Il passaggio alla prospettiva macroeconomica rende possibili due distinti approcci al consumo: questo può essere visto o come vincolato anche dalla quantità di lavoro prestato (prospettiva che Graziani attribuisce al pensiero neoclassico), oppure (la posizione che è attribuita ai classici) come esclusivamente dipendente dall’ammontare di risorse disponibili. Nell’interpretazione neoclassica esiste necessariamente una relazione tra offerta di lavoro e salario reale: posto che la parte più sostanziale della domanda dei beni di consumo sia quella di beni salario, non solo un maggior consumo pro capite è possibile soltanto attraverso l’erogazione di maggior lavoro – e dunque della creazione di una quantità addizionale di prodotto – ma anche un incremento della produzione risulta possibile soltanto attraverso l’aumento delle risorse destinate al consumo. Distribuzione e produzione, livello del consumo e livello della produzione appaiono allora strettamente interdipendenti. Diverso era invece il caso dei classici, dove il salario d’equilibrio era, almeno nel breve periodo, “svincolato dall’offerta di lavoro” (p. 87): il livello del consumo era sì dipendente dal livello della produzione, ma quest’ultimo non era in alcun modo influenzato dal livello del consumo, data l’anelasticità dell’offerta di lavoro alle variazioni del salario. Nel lungo periodo, tale anelasticità era certamente messa in questione dal nesso, in accordo alla teoria malthusiana, tra variazioni del salario e andamento demografico, che faceva sì che il salario si attestasse costantemente sul livello di sussistenza. Dall’altro lato, il meccanismo malthusiano trovava più che una compensazione nell’effetto positivo che sul salario d’equilibrio esercitavano l’accumulazione del capitale e il progresso tecnico, ridefinendo costantemente verso l’alto la nozione di sussistenza.

L’impostazione classica permetteva così di “concepire il processo economico come finalizzato alla produzione di beni di consumo, attribuendosi all’attività di consumo il ruolo di evento terminale di ogni attività economica” mentre l’approccio neoclassico faceva del consumo “legato funzionalmente alla prestazione di servizi lavorativi […] un anello tra i tanti nell’insieme del processo di produzione” (p. 88). Si tratta di una posizione agli antipodi dell’interpretazione che Garegnani aveva fatto dell’opposizione tra economisti classici e neoclassici. Secondo Garegnani (ripreso su questo da Napoleoni), infatti, è il pensiero classico a mettere in questione l’autonomia del consumo, facendo dei beni salario un input tra i tanti di un processo economico circolare mirante esclusivamente alla propria riproduzione. Viceversa, sono gli economisti neoclassici a introdurre una rappresentazione lineare della produzione che rende inevitabilmente il consumo fine ultimo dell’attività economica. Decisamente meno fortunata della lettura di Garegnani, questa interpretazione ha tuttavia a parere di chi scrive un’eco nell’immagine del processo economico che Pasinetti formulerà, sulla base di una propria ricostruzione della teoria del valore-lavoro, e che pone proprio il consumo dei lavoratori come unico vero reddito del processo produttivo – essendo invece il profitto il costo necessario per la riproduzione allargata del sistema.

Altro aspetto originale di questa lettura è che Graziani faceva uso di questa articolazione tra classici e neoclassici per sottolineare, contro le letture di Champernowne (che aveva per primo proposto una lettura anti-marginalista di von Neumann) e di Napoleoni (che aveva attribuito a Walras la volontà di salvaguardare l’autonomia del consumo), la continuità tra Walras e von Neumann.

Il sistema walrasiano, in conseguenza dell’adozione di una prospettiva di equilibrio generale, rendeva dipendente la domanda di beni di consumo dai prezzi di equilibrio, e dunque anche dal salario. A sua volta, il salario era inevitabilmente funzione anche dell’offerta di lavoro.

Ma, a parere di Graziani, la medesima relazione funzionale tra livello del consumo e offerta di lavoro si poteva riscontrare, seppur implicitamente, anche in von Neumann. L’assenza di funzioni di domanda per i beni di consumo nel modello di questo autore era per Graziani “più apparente che reale” (p. 83): se il lavoro era un fattore di produzione riproducibile al pari dei beni capitali, e un dato vettore di beni di consumo altro non era che l’insieme degli input necessari alla produzione di un’unità di lavoro, le condizioni di produzione del lavoro altro non esprimevano che “la domanda di beni di consumo da parte dei lavoratori in funzione del lavoro prestato” (p. 83). Anche in questo caso l’accesso al consumo era allora mediato dal servizio reso al processo produttivo.

Diverso era il caso del modello di Kaldor (1957). Questi, infatti, assumeva che il sistema economico si trovasse in una situazione di pieno impiego di tutte le risorse disponibili “in the strictly Keynesian sense – a state of affairs in which the short-period supply of goods and services in the aggregate is inelastic and irresponsive to further increases in monetary demand” (A Model of Economic Growth, p. 593). Veniva così meno per definizione la possibilità di accrescere il consumo lavorando di più e, di conseguenza, scompariva qualsiasi relazione funzionale tra livello della produzione e salario reale. Sotto l’assunzione del pieno impiego, e dunque di un dato livello della produzione nel breve periodo, la distribuzione del reddito sarà determinata, date le propensioni marginali al risparmio di lavoratori e capitalisti dal livello di investimento: un aumento del livello di investimento si tradurrà infatti nella formazione di nuovo risparmio e, data la superiore propensione marginale al risparmio dei capitalisti, un aumento del livello di investimento si tradurrà in un aumento della quota profitti. Abbiamo così la compatibilità di un medesimo livello della produzione con più configurazioni distributive.

Questo principio veniva poi radicalizzato dall’ultimo modello di equilibrio generale analizzato da Graziani, quello di Sraffa. Mostrando la compatibilità di un medesimo prodotto netto con le più diverse configurazioni distributive, Sraffa fornisce per la prima volta “una formulazione rigorosa” alla “possibilità di modificare la distribuzione del prodotto sociale senza alterare il processo produttivo, vagheggiata da Stuart Mill, e che tante aspre rampogne attirò sul suo capo” (p. 95). Questo risultato è conseguito attraverso un modello che, diversamente da quello di von Neumann, riesce a essere “rigorosamente disaggregato” (p. 94), seppur al prezzo di rinunciare a ogni pretesa dinamica, lasciando del tutto indeterminata la destinazione del sovrappiù.

Se Graziani coglieva perfettamente nel segno l’incompatibilità del modello di Sraffa, in cui ogni astrazione dal cambiamento non solo nelle proporzioni tra le merci ma anche nel volume della produzione è metodologicamente voluta, con una prospettiva dinamica, pure sembrava sfuggirgli che la dimostrazione sraffiana della compatibilità di un medesimo rapporto tra prodotto netto e input con più configurazioni distributive passava per la riconduzione del caso disaggregato al caso in cui vi sia una sola merce – come nel modello del grano – in cui tale fenomeno distributivo è immediatamente visibile. Tale riconduzione, esplicitata dalla costruzione della merce tipo, era implicita nell’equivalenza tra il saggio del profitto qualora il salario fosse posto eguale a zero e il saggio del profitto che si avrebbe qualora tutte le merci avessero il medesimo rapporto tra quantità prodotta al netto della reintegrazione e quantità adoperata come input all’interno del sistema. Questa misura esprimeva allora non soltanto un rapporto di valore valido in una sola configurazione distributiva, ma il rapporto medio in termini fisici tra prodotto netto e mezzi di produzione del sistema reale. Esso era dunque invariante alle variazioni tra salario e saggio del profitto, la cui relazione poteva essere mostrata come lineare.

L’opposizione tra economisti classici e marginalisti sull’autonomia del consumo per come tratteggiata da Graziani appare probabilmente uno degli elementi più deboli del suo discorso. Anzitutto, il nesso tra livello del salario e crescita della popolazione e – in Marx – la formazione dell’esercito di disoccupazione di riserva sembrano comunque parti essenziali del processo di accumulazione. Ma è soprattutto l’analisi di quest’ultimo che mostra come nella prospettiva classica il salario sia inevitabilmente una voce di costo, e permane centrale l’opposizione tra consumo e uso produttivo delle risorse. La riproduzione della classe lavoratrice attraverso il consumo appare in questa prospettiva più una conseguenza che l’obiettivo del processo di produzione e accumulazione. Queste considerazioni nulla tolgono a due aspetti fondamentali che il discorso di Graziani contribuisce a mettere in luce. In primo luogo, come aveva già osservato Claudio Napoleoni in La posizione del consumo nella teoria economica (1962) la tensione tra preferenze e struttura della produzione rimane un aspetto essenziale ai tentativi neoclassici di approccio all’equilibrio generale. In secondo luogo, se rimane dubbio che l’analogia tra il mercato del lavoro neoclassico, in cui l’offerta di lavoro dipende dalle preferenze, e l’interpretazione dei classici e di von Neumann, dove il lavoro è riproducibile a condizione che ne si produca la sussistenza, la tesi di una continuità tra i diversi modelli di equilibrio generale rimane feconda, così come lo è la percezione che una formalizzazione rigorosa in termini di equilibrio generale non permetta inequivocabilmente l’oltrepassamento della prospettiva neoclassica.

Quest’ultima tesi è stata sviluppata in modo plausibile, tra gli altri, da Christian Bidard (2004), che ha mostrato la necessità di reintrodurre le funzioni di utilità nei casi di produzione congiunta qualora il numero di metodi di produzione non coincida con il numero di merci prodotte. Il contrasto tra approccio classico e neoclassico deve allora essere deciso fuori dagli stretti vincoli delle equazioni simultanee, una direzione che lo stesso Graziani aveva già fatto propria rifiutando, nella sua recensione (1926) a Il pensiero economico del 900 di Claudio Napoleoni, l’idea che l’equilibrio economico generale rappresentasse tanto il criterio ultimo di verità epistemica nella scienza economica quanto l’approccio da essa seguito nei suoi sviluppi più significativi e interessanti. Verso la stessa direzione, che avrà poi rilevanza anche nella sua riabilitazione della teoria marxiana del valore come indipendente dalla questione della determinazione dei prezzi (1986), Graziani sembra volerci portare nella conclusione al saggio che stiamo analizzando.

 

La dinamica oltre l’equilibrio

Alla luce dell’analisi di Kaldor e Sraffa, Graziani giungeva alla conclusione che la riabilitazione della prospettiva classica non permetteva di superare il dilemma tra estendere il modello alla dinamica e conservare una prospettiva disaggregata. Entrambe le soluzioni appaiono insoddisfacenti, lasciando l’impressione che la teoria economica “nel tentativo di raggiungere una rappresentazione coerente dei processi di sviluppo, si sia avviata per una strada senza sbocco” (p. 97). Non solo, ma l’ipotesi di equilibrio macroeconomico appariva essa stessa un approccio fortemente limitante nella misura in cui l’ipotesi dei prezzi costanti poteva essere mantenuta al prezzo di fare piena astrazione dall’innovazione tecnologica e dalla concorrenza tra i diversi settori: i cambiamenti nei metodi di produzione che si accompagnano al progresso tecnico porterebbero alla rottura delle condizioni di equilibrio. Riferendosi ai lavori di Pasinetti e Spaventa (1960) e di Pedone (1962), Graziani sottolinea allora la necessità di rinunciare alla proporzionalità fissa tra i diversi settori della produzione.

Se questa strada, da realizzarsi sopprimendo la condizione di uniformità del saggio di crescita e del saggio di rendimento dei diversi settori, rappresenta l’unica via di uscita, attraverso lo sviluppo di un’analisi formale capace di incorporare il fatto che “ogni processo di sviluppo si realizza, e può realizzarsi unicamente, fuori dell’equilibrio” (p. 97), Graziani osserva come essa implichi niente di meno del sacrificio dell’idea stessa di equilibrio concorrenziale. Si tratta di una manovra che implica non soltanto la rinuncia “a una determinata forma di mercato” (p. 97), ma all’idea stessa che l’evoluzione economica si svolga in ossequio a condizioni di efficienza, seguendo un sentiero di piena occupazione e di crescita ottimale. Eppure, essa è la sola che appare compatibile con l’esistenza dell’innovazione e del progresso tecnico: in un mondo in cui il saggio del profitto fosse uniforme tra i settori “non vi sarebbe alcun incentivo a trasferire risorse da un settore all’altro, la struttura dell’economia resterebbe inalterata, e in definitiva il processo di sviluppo, che nella massima parte si identifica proprio con un processo di graduale evoluzione strutturale, finirebbe con l’arrestarsi” (p. 98).

Piuttosto che come un “blocco unitario di mercati perfettamente comunicanti e perpetuamente in equilibrio” (p. 98), l’economia andava interpretata come un “insieme di più sistemi economici che operano simultaneamente e, similmente a quanto avviene nell’economia internazionale, si scambiano fattori produttivi e sono caratterizzati da diversi tassi di sviluppo e diversi tassi di remunerazione” (p. 98). Se l’attenzione verso il nesso tra dinamica e innovazione tecnologica è un tema in cui indubbiamente, come è stato sostenuto, importante è l’influenza di Schumpeter (si veda ad es. Costabile 2015 e Bellofiore 2019), la direzione che l’autore sembra qui prendere ci sembra non perfettamente congruente con quella dell’economista viennese (la cui teoria della moneta e del credito sarà poi comunque fondamentale per la successiva elaborazione della teoria del circuito monetario): per Schumpeter equilibrio e squilibrio erano dimensioni analitiche che convivevano nella misura in cui il secondo rappresentava sempre una rottura di un primo equilibrio e si esauriva nella transizione verso un nuovo equilibrio. L’equilibrio conservava così un importante valore analitico, sia nello studio delle relazioni di interdipendenza in uno contesto stazionario, sia nel confronto tra due posizioni distinte dell’evoluzione economica. La rottura dell’equilibrio, che a Graziani appare qui ingiustificabile, aveva in Schumpeter una fondazione nella sua teoria del nesso tra credito e innovazione.

Al contrario, troviamo invece in questo scritto una profonda insoddisfazione per la distinzione tra un momento rigoroso ma statico e un processo evolutivo che sembra resistere alla formalizzazione: Graziani spinge invece per fare dello squilibrio e dell’evoluzione lo stato normale del sistema, come tale meritevole di attenzione anche in termini formali. Il richiamo a Pasinetti, che proporrà proprio di analizzare il sistema economico scomponendolo in sottosistemi verticalmente integrati, ciascuno con il proprio saggio di crescita e di profitto, non ci appare allora casuale – e non soltanto per la comune insoddisfazione verso i modelli aggregati. Proprio in questa aspirazione al ripensamento della dinamica dell’evoluzione economica come momento centrale della teoria possiamo allora ritrovare, in un momento in cui i limiti dell’equilibrio economico generale sono ormai un dato acquisito, un’esigenza che deve ancora essere percorsa fino in fondo.

Riferimenti

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Luca Timponelli

Luca Timponelli

Assistente di storia del pensiero economico all'Università di Losanna

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