Augusto Graziani e la teoria marxiana del valore

1. Introduzione

Non sono molti gli scritti che Augusto Graziani ha dedicato alla teoria marxiana del valore. Eccezion fatta per alcune sezioni del suo manuale Teoria economica: Prezzi e distribuzione – la cui terza ed ultima edizione, per le Edizioni Scientifiche Italiane, risale al 1993 – il suo contributo più innovativo e compiuto in merito è probabilmente contenuto in un suo articolo pubblicato sulle pagine de l’Unità nel 1983, dal titolo “Riabilitiamo la teoria del valore” (Graziani, 1983).

Per cogliere l’originalità della posizione di Graziani è tuttavia necessario richiamare, sia pure per sommi capi, il contesto teorico in cui essa si colloca. Per gran parte del Novecento, il dibattito sulla teoria marxiana del valore si è concentrato sul cosiddetto “problema della trasformazione dei valori in prezzi”.

Nel Libro I del Capitale, Marx assume infatti che le merci si scambino a prezzi proporzionali al tempo di lavoro diretto e indiretto contenuto nelle merci – quelli che Shaikh (1977) chiama “prezzi diretti” (direct prices) e che de Vroey (1981) definisce “prezzi semplici” (simple prices) –, che rappresentano, per così dire, la controparte monetaria del tempo di lavoro contenuto nelle merci. In questa configurazione, il saggio di sfruttamento coincide con il saggio del plusvalore e il profitto appare come la forma fenomenica del plusvalore, generato dallo sfruttamento dei lavoratori salariati all’interno della sfera della produzione. Come noto, nel Libro III del Capitale Marx introduce i prezzi di produzione, i quali – nell’ambito di un’economia capitalistica con libera mobilità dei capitali – assicurano un saggio uniforme del profitto sui capitali impiegati nei diversi settori produttivi. Poiché i prezzi di produzione non sono, in generale, proporzionali al lavoro contenuto nelle merci, si è posto il problema di “dedurre” in modo logicamente coerente i prezzi di produzione a partire dai prezzi semplici (ossia di determinare i primi sulla base dei secondi). In altri termini, secondo quella che in letteratura è nota come “interpretazione dualista” (dual-system interpretation), Marx avrebbe elaborato due distinti sistemi di valutazione delle merci, uno fondato sul tempo di lavoro contenuto nelle merci, l’altro sui prezzi di produzione; e, soprattutto, la solidità analitica della teoria del valore da questi proposta dipenderebbe dalla possibilità di dedurre il secondo dal primo. Senonché le difficoltà analitiche che si incontrano seguendo questa interpretazione hanno progressivamente alimentato dubbi sulla coerenza logica della teoria marxiana del valore. In particolare, la pubblicazione di Produzione di merci a mezzo di merci di Piero Sraffa (1960), in cui i “metodi di produzione” sono dati direttamente in termini di valori d’uso, sembrò a molti sancire definitivamente la ridondanza dei prezzi semplici (o, come si sente alle volte, in termini di “valore-lavoro”) ai fini della determinazione dei prezzi di produzione e del saggio generale del profitto.

È proprio in questo contesto teorico che si colloca l’articolo pubblicato da Graziani nel 1983. Come si dirà, più che proporre una nuova “soluzione” ad una diatriba teorica che già allora durava da più di un secolo, Graziani ne mette in discussione l’impostazione stessa, suggerendo una diversa chiave di lettura della teoria marxiana del valore e del suo rapporto con la teoria dello sfruttamento capitalistico. Il punto, sostiene Graziani, è che la teoria marxiana del valore non sia (e non vada interpretata come) una teoria microeconomica concernente la determinazione dei prezzi relativi delle merci, bensì una teoria macroeconomica dello sfruttamento capitalistico, fondata sul rapporto antagonistico tra classi sociali nella sfera della produzione. È questa diversa prospettiva a costituire, ancora oggi, uno degli aspetti più originali e fecondi della sua lettura di Marx.

 

2. Il punto di vista macroeconomico e di classe di Augusto Graziani

Secondo Graziani (1983), per cogliere il nucleo analitico della teoria marxiana del valore è necessario adottare un punto di vista autenticamente macroeconomico, ossia collocarsi «nella prospettiva generale che contrappone l’intera classe dei capitalisti a quella dei lavoratori» (ivi, p. 238). La ragione è che «ogni vantaggio che un singolo capitalista dovesse eventualmente trarre dallo scambio con altri capitalisti sarebbe compensato da una perdita identica a carico della sua controparte, e le sue partite si annullerebbero a vicenda» (ibidem). Ne consegue, secondo Graziani, che «la valorizzazione del capitale, per i capitalisti come classe, può derivare unicamente da scambi che i capitalisti effettuino al di fuori della propria classe, e quindi nell’unico scambio esterno possibile, che consiste nell’acquisto di forza-lavoro. Soltanto nella misura in cui i capitalisti utilizzano lavoro e si appropriano di una parte del prodotto ottenuto, essi possono realizzare un sovrappiù e convertirlo in profitto (di qui l’insistenza di Marx sul fatto che sovrappiù e profitto nascono esclusivamente nella fase della produzione)» (ivi, p. 239).

La prospettiva di classe costituisce pertanto, per Graziani, l’unica prospettiva adeguata a cogliere la priorità logica della dimensione del valore rispetto a quella dei prezzi e, soprattutto, del plusvalore rispetto al profitto. Coerentemente, Graziani scrive che se «il profitto dei capitalisti come classe nasce unicamente dal rapporto che si instaura fra capitalisti e lavoratori e che di conseguenza esso può nascere soltanto dalla differenza fra quantità di lavoro totale impiegato e quantità di lavoro che torna al lavoratore sotto forma di salario reale» (ibidem).

Dunque, dal momento in cui l’oggetto dell’analisi è la valorizzazione del capitale, ossia l’indagine sull’origine del (nuovo) valore e del plusvalore, il “problema della trasformazione” semplicemente non si pone. Infatti, «il problema della valorizzazione investe la classe dei capitalisti nei suoi rapporti con i lavoratori» (ivi, p. 240), mentre «lo scambio di merci, in quanto fenomeno interno alla classe dei capitalisti, costituisce invece un problema del tutto diverso. (…) I prezzi relativi delle merci si formano infatti negli scambi fra capitalisti, sotto il dominio della regola della concorrenza, fenomeno questo che riguarda esclusivamente i capitalisti nei loro rapporti reciproci» (ibidem), e non il loro rapporto con l’altra classe, quella dei lavoratori salariati.

L’esposizione di Graziani mostra, da un lato, come le microfondazioni della macroeconomia – uno dei presupposti epistemologici della teoria economica marginalista – siano del tutto inadeguate a indagare l’origine del profitto. Dall’altro lato, chiarisce che pretendere che la teoria marxiana del valore assolva il compito attribuitole dalla scuola neoricardiana significa assegnarle una funzione profondamente diversa da quella originariamente concepita da Marx. In altri termini, è possibile sostenere che il modello di Sraffa – che pone al centro del proprio impianto analitico le forze che governano la concorrenza capitalistica e fornisce una rigorosa spiegazione del meccanismo di formazione dei prezzi di produzione – non contraddica la teoria marxiana del valore. Come conclude Graziani, «[è] quindi erroneo affermare, come peraltro sovente viene fatto, che nella spiegazione dei prezzi, la teoria marxiana del valore fallisca. Si tratta infatti di un fenomeno nel quale, non essendovi un problema di valorizzazione da analizzare, la teoria marxiana del valore non entra in modo diretto» (ibidem).

La prospettiva macroeconomica e di classe di Graziani può essere utilmente confrontata con quella che è divenuta nota in letteratura come la “Nuova Interpretazione” (New Interpretation, NI) della teoria marxiana del valore, proposta indipendentemente da Duménil (1980, 1983), Lipietz (1982) e Foley (1982).1 Sebbene la NI colga correttamente la natura macroeconomica (o perlomeno aggregata) e monetaria della teoria marxiana del valore e confuti la necessità di “trasformare” i “valori” (ossia i prezzi semplici) in prezzi di produzione, essa introduce al tempo stesso alcuni problemi teorici. Tra questi figura la ridefinizione del valore della forza-lavoro come “potere d’acquisto non allocato” dei (singoli) lavoratori. In quest’ottica, il salario monetario percepito dai lavoratori permette loro di scegliere liberamente quali beni acquistare sulla base dei prezzi delle merci vigenti sul mercato finale. Assumendo come numerario del sistema dei prezzi (siano essi di produzione o di mercato) il rapporto tra il valore aggiunto monetario di un dato periodo e il tempo di lavoro diretto oggettivato in esso, la NI ridefinisce dunque il valore della forza-lavoro come la quantità di lavoro comandato dal monte salari monetario complessivamente percepito dai lavoratori. In questo modo, sul piano quantitativo, il plusvalore diviene uguale ai profitti lordi e rappresenta, in termini monetari, il pluslavoro comandato dai capitalisti sul mercato finale delle merci.2

Senonché, nel Libro I del Capitale, Marx definisce il valore della forza-lavoro come il tempo di lavoro socialmente necessario a (ri-)produrre il salario di sussistenza dei lavoratori, assumendo quest’ultimo come un dato in termini reali (il che non significa che non possa essere oggetto di conflitto). Questa impostazione è mantenuta nella lettura macroeconomica di Graziani, nella quale, come si è visto, la grandezza data è costituita dal salario reale dell’intera classe lavoratrice. Si tratta di un aspetto che, a mio avviso, è parte integrante della dimensione macroeconomica della teoria marxiana del valore.

L’ipotesi, propria della NI, secondo cui i lavoratori sono invece liberi di scegliere quali beni acquistare sulla base dei salari monetari percepiti e dei prezzi relativi determinatisi sul mercato finale sulla base della “regola dello scambio” vigente, comporta che il valore della forza-lavoro e il saggio di sfruttamento possano essere quantificati soltanto ex post, una volta che i valori di scambio delle merci siano stati determinati attraverso il meccanismo di formazione dei prezzi delle merci nella sfera della circolazione. Di conseguenza, queste grandezze rimangono indeterminate fino a quando le merci non vengono realizzate (monetariamente) sul mercato finale, da cui discende il rischio di concepire lo sfruttamento capitalistico come un fenomeno puramente distributivo, che si origina prevalentemente nella sfera della circolazione anziché nella sfera della produzione. Al contrario, la prospettiva teorica di Graziani mette in luce che, da un punto di vista macroeconomico, ciò che è dato è il salario reale della classe lavoratrice, ossia il paniere di beni-salario che questa ottiene. Ciò poiché le decisioni riguardanti la scala e la composizione del prodotto sociale netto spettano esclusivamente alla classe dei capitalisti.

A questo proposito, si potrebbe obiettare che, nella prima formulazione della teoria del circuito monetario (Graziani, 1977), così come in contributi successivi (ad esempio Graziani, 1989), la determinazione quantitativa del salario reale della classe lavoratrice (e quindi del valore complessivo della forza-lavoro) segue la fissazione dei prezzi da parte delle imprese al termine del circuito. Sebbene questa impostazione possa apparire coerente con la NI, a mio parere essa non regge se ci si colloca al livello di astrazione adottato da Graziani e proprio della teoria marxiana del valore, il cui obiettivo è mettere in luce i meccanismi alla base della valorizzazione del capitale. Coerentemente con la propria lettura del Trattato sulla moneta di Keynes (1930), Graziani chiarisce infatti che, in una logica macroeconomica e di classe, sono i capitalisti industriali a decidere la composizione della produzione in termini reali. Da questa prospettiva, i prezzi svolgono la funzione di “validare” decisioni già assunte dalla classe dei capitalisti, piuttosto che determinare la distribuzione del prodotto sociale netto tra le classi.

In altri termini, la quota (e la composizione) del prodotto sociale netto destinata alla classe lavoratrice discende dalle decisioni autonome dei capitalisti in materia di produzione e di spesa. Assumere, a questo livello di astrazione, che il consumo reale della classe lavoratrice sia una grandezza data appare pertanto del tutto giustificato. In quanto classe, i lavoratori non dispongono di alcuna reale autonomia: ciò che riescono a ottenere dipende dai rapporti di forza che si esprimono nella lotta di classe sulla durata della giornata lavorativa, sull’intensità della prestazione lavorativa e, più in generale, sulle condizioni di lavoro. Ne consegue che il valore della forza-lavoro, come in Marx, esprime in termini monetari il tempo di lavoro socialmente necessario contenuto nel paniere di beni-salario destinato alla classe lavoratrice.3

 

3. Ricostruiamo la teoria del valore

La lettura di Graziani consente di ricostruire la teoria marxiana del valore come teoria macro-monetaria e di classe della produzione e dello sfruttamento capitalistici. Una ricostruzione di questo tipo, che colloca il processo di valorizzazione del capitale all’interno di uno schema di circuito monetario ispirato a Graziani, è stata originariamente proposta da Bellofiore (1989, 2004).4 In quanto segue, se ne fornirà un’esposizione per sommi capi.

Il circuito si apre con una transazione che avviene all’interno della classe capitalistica: i capitalisti industriali (ossia il settore delle imprese nel suo complesso) ottengono accesso privilegiato alla finanza iniziale erogata dai capitalisti finanziari (ossia dal sistema bancario), i quali creano moneta ex nihilo. Questa moneta viene anticipata come capitale dalla classe dei capitalisti industriali per incorporare i lavoratori, in quanto portatori viventi di forza-lavoro, nei processi capitalistici di produzione ed estrarne in potenza il lavoro vivo. Il capitale monetario anticipato costituisce la finanza iniziale che rende possibile l’avvio della produzione. In una prospettiva in cui l’economia è chiusa, il settore delle imprese è verticalmente integrato e lo Stato è assente, la finanza iniziale (come flusso di moneta-credito bancario) è pari al monte salari monetario della classe lavoratrice.

In questo schema, la classe dei capitalisti decide autonomamente l’allocazione dei lavoratori tra le diverse attività produttive e, conseguentemente, non solo il livello ma anche la composizione della produzione. In tal modo viene fissata anche la quantità e la composizione delle merci destinate ai lavoratori, ossia il salario reale della classe lavoratrice (che incorpora un elemento “storico e morale” e riflette i rapporti di forza tra le classi).

Poiché di norma i prezzi (di produzione o di mercato) divergono dai prezzi semplici, il salario reale di sussistenza della classe lavoratrice deve essere espresso in termini dei primi e non di prezzi semplici. Ciò non toglie che, se si assume – con Marx – che il salario reale realizzato ex post sul mercato finale delle merci al termine del circuito confermi quello atteso dai lavoratori all’apertura del circuito, allora diviene possibile calcolare il numero di lavoratori occupati nel periodo e, quindi, il valore complessivo della forza-lavoro già prima della circolazione finale. In questa ricostruzione, la finanza iniziale costituisce una “ante-validazione monetaria” della futura erogazione di lavoro vivo da parte dei lavoratori nella sfera della produzione. Il conflitto di classe all’interno del processo di valorizzazione immediato determina l’effettiva estrazione di lavoro vivo, che successivamente si cristallizza in lavoro diretto oggettivato, esibito in forma monetaria attraverso i prezzi delle merci nella sfera della circolazione.

Tuttavia, dal momento che i prezzi delle merci non sono in generale proporzionali al tempo di lavoro contenuto nelle merci stesse, il tempo di lavoro comandato dal monte salari monetario non può risultare proporzionale al lavoro contenuto nei beni-salario (ossia al valore, a prezzi semplici, del paniere di merci di cui si appropria la classe lavoratrice). Analogamente, il tempo di lavoro comandato dai profitti monetari lordi non può risultare proporzionale al lavoro contenuto nei beni-profitto (ossia al plusvalore così come definito nel Libro I del Capitale). Ne deriva, all’apparenza, che il plusvalore venga redistribuito dalla «legge dello scambio» non soltanto tra i diversi capitali in concorrenza tra loro, ma anche tra le classi sociali: i profitti monetari lordi complessivi possono risultare superiori o inferiori al plusvalore complessivo; al tempo stesso, il tempo di lavoro (oggettivato) comandato dal monte salari monetario può divergere dalla quantità di lavoro contenuta nel salario reale della classe lavoratrice.

Tale redistribuzione è però, per l’appunto, solo apparente. La regola dello scambio – ossia le forme che può assumere la concorrenza tra capitali, da cui discende la formazione dei prezzi relativi – non può infatti modificare la quantità complessiva di lavoro vivo effettivamente estratto dalla classe lavoratrice all’interno dei luoghi della produzione, né la quantità di lavoro necessaria a produrre ciò che essa effettivamente consuma. Il saggio del plusvalore rimane dunque invariato rispetto alle vicende della circolazione, mentre il meccanismo di fissazione dei prezzi relativi – che, come sottolineato da Graziani, riguarda gli scambi interni alla classe dei capitalisti – si colloca alla superficie della contabilità capitalistica, dissimulando ogni forma di sfruttamento.

 

Conclusioni

Nella prospettiva di Augusto Graziani, la teoria marxiana del valore torna ad essere strumento d’indagine sulla valorizzazione del capitale. Muovendo da tale prospettiva, è possibile ricostruire la teoria marxiana del valore come teoria macroeconomica e monetaria della produzione e dello sfruttamento capitalistici. Secondo questa ricostruzione, la formazione dei prezzi relativi, se da un lato permette la validazione monetaria delle merci sul mercato finale, dall’altro modifica la quantità di lavoro diretto comandato dalle quote distributive, senza tuttavia intaccare la quantità complessiva di lavoro (vivo) impiegato e la quantità complessiva di lavoro contenuto nelle merci che tornano alla classe dei lavoratori sottoforma di salario reale. Secondo questa ricostruzione, l’origine del (nuovo) valore e del plusvalore viene rintracciato nel rapporto sociale antagonistico tra capitale e lavoro che si dispiega nel “laboratorio segreto” della produzione, sicché il saggio del plusvalore (così come definito nel Libro I del Capitale) continua a rappresentare la misura più adeguata a cogliere lo sfruttamento di classe.

Riaffermando la natura macroeconomica della valorizzazione capitalistica, la prospettiva teorica di Graziani mantiene ancora oggi intatta la sua importanza ai fini della comprensione del modo di produzione capitalistico.


1 Si veda anche Duménil e Foley (2008).

2 Un’anticipazione importante riguardo alla condizione di uguaglianza tra prodotto sociale netto computato a prezzi di produzione e lavoro complessivo diretto oggettivato in esso si trova già nelle ultimissime pagine dell’appendice al volume di Messori (1978). In seguito, Preti (1996) fu il primo a rilevare esplicitamente la presenza, in Sraffa (1960), di una sorta di “doppia condizione” di numerario. Nel paragrafo 10 Sraffa assume infatti come unità di misura del lavoro l’occupazione complessiva del sistema economico, mentre nel paragrafo 12 egli assume come numerario del sistema dei prezzi il valore monetario del prodotto netto aggregato. Ne consegue che, come ribadito in Preti (2002), Sraffa assume, a livello macroeconomico, l’uguaglianza tra il prezzo del prodotto netto e il lavoro vivo che è stato complessivamente erogato nel periodo. Pur discostandosi dalla “Nuova Interpretazione” per più di un aspetto, Bellofiore (2014) ha in seguito sostenuto che – alla luce della nota di Sraffa del novembre 1940, intitolata Use of the Notion of Surplus Value – tale doppia condizione di numerario possa essere considerata come un’adesione implicita alla teoria marxiana del valore da parte dell’autore di Produzione di merci. Tra gli autori italiani che hanno fornito contributi non meno importanti a questo dibattito, almeno in parte in linea con la “Nuova Interpretazione”, ricordiamo Perri (1998), [Veronese] Passarella (2009) e Gattei e Gozzi (2010).

3 Non a caso, un’ipotesi centrale della teoria marxiana del valore è che le aspettative dei lavoratori circa il salario reale che potranno acquistare con il proprio monte salari monetario risultino confermate (Bellofiore, Forges Davanzati e Realfonzo, 2000). Questa ipotesi è essenziale, poiché Marx intende mostrare come il meccanismo capitalistico di valorizzazione non si fondi su ingiustizie, iniquità (morali), anomalie di mercato o “furti” perpetrati dai capitalisti ai danni dei lavoratori.

4 Tale ricostruzione è stata in seguito sviluppata sul piano analitico-formale da Coveri (2019, 2025) e da Bellofiore e Coveri (2022, 2026).

Riferimenti

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  • [Veronese] Passarella, M. (2009). Marx in the matrix. L’algebra del ‘lavoro vivo’. Storia del pensiero economico, 17(2): 31-48.

Andrea Coveri

Andrea Coveri

Ricercatore in Economia applicata Dipartimento di Economia, Società, Politica – Università di Urbino

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