Sraffa dopo Graziani

L’interpretazione del sistema sraffiano suggerita da Augusto Graziani  può essere intesa non come un’alternativa ma come un possibile complemento delle analisi tradizionali di tipo classico-keynesiano. La chiave di lettura grazianea sembra particolarmente adatta a descrivere la dura realtà del comando capitalistico contemporaneo e pare suggerire una interpretazione dello schema di Sraffa in chiave “rivoluzionaria”, critica verso le concrete possibilità del riformismo politico.

1 Vorrei accogliere questo affettuoso invito a ricordare Augusto Graziani soffermandomi su un suo contributo all’alta teoria, in verità poco noto, contenente una  peculiare chiave di lettura dell’opera di Sraffa. Il recupero di tale piccolo cimelio teoretico non è motivato da una mera istanza commemorativa. L’ambizione, piuttosto, è di incuriosire i ricercatori più giovani. Ficcati nelle angustie anti-scientifiche della valutazione bibliometrica e delle sue fanatiche vestali, c’è ragione di sospettare che ben pochi siano gli studiosi in erba capaci oggi di trovare il tempo di leggere Sraffa, o Graziani. Nell’epoca dell’imperativo di pubblicare il trito pur di non perire, bisogna ammettere che tornare alle innovazioni di quei grandi critici renderebbe la vita accademica oltremodo sofferta. Tuttavia, chi tra i più giovani sia afflitto da una sensazione generale di vacuità delle attuali mode di pensiero, proprio nella riscoperta di quelle sconvolgenti eresie italiane del Novecento potrebbe forse trovare nuove energie per cimentarsi nella competizione scientifica. Nel senso di Lakatos, che è l’unica competizione degna di rispetto. 

2. Nella prefazione alla sua opera principale, Sraffa precisa che in larga parte di essa non viene considerato alcun cambiamento nel volume della produzione o nelle proporzioni in cui i diversi mezzi di produzione sono usati in ciascuna industria. La scala e la composizione della produzione sono cioè date, dal momento che l’indagine «riguarda esclusivamente quelle proprietà di un sistema economico che sono indipendenti da variazioni nel volume della produzione o nelle proporzioni tra i ‘fattori’ impiegati» (Sraffa 1960). Su tale delimitazione del campo d’indagine ci sono stati alcuni fraintendimenti, soprattutto ad opera di economisti neoclassici. Hahn, in particolare, ha ritenuto che quelle grandezze date potessero essere interpretate come dotazioni scarse di fattori produttivi, come è tipico delle analisi neoclassiche di equilibrio generale neowalrasiano. Da tale lettura egli ha quindi tratto l’idea secondo cui il sistema sraffiano non sarebbe altro che un “caso speciale” della teoria neoclassica, corrispondente a quella particolare circostanza in cui le dotazioni date di risorse, tra l’altro, risultino compatibili con un saggio di profitto uniforme tra i vari settori. In un equilibrio neowalrasiano di breve periodo tale circostanza può avvenire solo per caso. Se sotto le condizioni del sistema sraffiano tale caso non si verifica, «vorrà dire che Sraffa è stato sfortunato» (Hahn 1982). 

In accademia l’interpretazione di Hahn ha avuto la sua indubbia influenza, eppure è completamente sballata. Essa infatti pretende di esaminare la concezione della produzione di Sraffa nei termini neoclassici di un processo “lineare”, che parte dalle dotazioni di risorse produttive scarse, le incrocia con le rispettive domande e determina così i prezzi quali indici di scarsità delle risorse in relazione alle domande. Purtroppo per Hahn e i suoi emuli, Sraffa è irriducibilmente antagonistico rispetto a questa visione. L’opera sraffiana si colloca infatti nell’ambito alternativo del cosiddetto approccio del surplus, che fu degli economisti classici, è stato poi implicitamente ripreso da von Neumann, Leontief e altri, e trova il suo compimento epistemologico nella teoria di Marx. Situata in questo filone di ricerca, la visione della produzione contenuta in Sraffa è “circolare”: le merci sono prodotte a mezzo di merci e i prezzi sono determinati in base alle condizioni di riproduzione del sistema, per ogni dato stadio di quelli che Marx avrebbe definito lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti sociali di produzione, vale a dire la tecnica, la distribuzione e lo sfruttamento del lavoro. In questo filone alternativo di ricerca, non vi è alcuna esigenza logica di assumere l’esistenza di dotazioni scarse di risorse, dal momento che i mezzi di produzione sono essi stessi prodotti e ricavati in modo endogeno dall’interno del sistema. E l’ipotesi di uniformità del saggio di profitto può ritenersi compatibile con l’assunzione di quantità prodotte date laddove si ritenga che queste riflettano non soltanto la composizione della produzione di merci ma anche una eguale composizione della “domanda effettuale”, sulla base del meccanismo smithiano secondo cui se la prima si adegua alla seconda allora i prezzi di mercato arrivano a coincidere con prezzi di produzione corrispondenti a saggi di profitto uniformi tra i vari settori. 

I continuatori tradizionali dell’opera di Sraffa hanno ampiamente chiarito la questione, mettendo in luce gli equivoci suscitati dalle interpretazioni di Hahn e di altri economisti neoclassici (tra gli altri, cfr. Dumenil e Levy 1985; Garegnani 1990; Pasinetti 2000; Petri 2004). A tali precisazioni si può aggiungere che del tentativo di Hahn di ridurre Sraffa a “caso speciale” neoclassico si ravvisa l’assurdità anche notando che in esso si pretende di determinare “il passato in funzione del futuro” (Brancaccio 2010). Assurda, del resto, è ogni illusione di considerare irrilevante la linea di demarcazione althusseriana che sempre e nettamente separa i diversi paradigmi di ricerca scientifica (Blanchard e Brancaccio 2019). 

3. Sul problema delle quantità prodotte date di Sraffa, tuttavia, Graziani ha proposto una diversa chiave di lettura. Anche l’interpretazione grazianea si situa dal lato della linea di demarcazione che spetta alla visione marxiana, vale a dire del capitalismo inteso come processo “circolare”. Graziani, però, sembra distanziarsi per più di un aspetto dalla concezione delle quantità date suggerita dagli interpreti sraffiani tradizionali. Per Graziani, non è detto che nel sistema sraffiano la composizione della produzione si adatti alla composizione della “domanda effettuale”. A suo avviso, piuttosto, Sraffa potrebbe avere omesso di analizzare il modo di determinazione delle quantità prodotte per sottolineare che quelle quantità sono frutto di una decisione autonoma da parte dei capitalisti. La scelta di considerare date la scala e la composizione del prodotto sociale potrebbe cioè costituire un modo per evidenziare che la produzione capitalistica si realizza in un contesto asimmetrico, in cui la sola classe dominante fissa a priori le quantità prodotte, determina anche la loro ripartizione e per tali vie esercita un potere sulle altre classi. Questa chiave di lettura, secondo Graziani, consentirebbe tra l’altro di ipotizzare l’esistenza di un filo di congiunzione tra l’opera principale di Sraffa e alcune tesi precedenti che lo stesso Sraffa, ispirato dal Trattato della moneta di Keynes, aveva avanzato in una recensione critica ad Hayek (Graziani 1986). 

Al di là delle possibili valutazioni sulla sua correttezza filologica, l’interpretazione grazianea di Sraffa mi è sempre parsa interessante per una sua potente implicazione teorico-politica. Attribuendo alla classe capitalista un potere di decisione autonoma sulla scala, sulla composizione e quindi anche sulla ripartizione del prodotto sociale, Graziani fa piazza pulita di qualsiasi possibilità di riabilitazione del concetto neoclassico di sovranità del consumatore. In termini più radicali rispetto ai tradizionali teoremi di “non sostituzione”, la lettura grazianea espunge infatti già nelle ipotesi le preferenze individuali dal novero delle determinanti chiave del sistema. Ma non è finita qui. Assumendo che la classe dominante decida le sorti della scala, della composizione e della ripartizione sociale della produzione, Graziani sembra dubitare della possibilità di incidere su tali grandezze attraverso le rivendicazioni salariali o le pressioni sulla domanda effettiva esercitate con i consueti strumenti di politica monetaria e fiscale. Che si tratti di rimediare ai guasti del capitalismo sul versante della disoccupazione di massa, o delle disuguaglianze sociali, oppure anche della crisi ecologica, le possibilità di intervenire sulla domanda per correggere le distorsioni del processo produttivo appaiono frustrate se contrastano con le autonome decisioni della classe dominante. Così, assieme al singolo consumatore, anche il lavoratore in lotta per il salario e il politico keynesiano illuminato sembrano finire nell’oblio dei soggiogati dalla forza del capitale. 

Si potrebbe sintetizzare il tutto affermando che lo Sraffa “dopo” Graziani risulta alquanto scettico sulla concreta efficacia del “riformismo”, inteso come quel complesso di prassi politiche che tentano di disciplinare la dinamica capitalistica tramite strumenti di regolazione della domanda, autorità di controllo dei mercati e incentivi di vario genere, ma che rinunciano a qualsiasi forma di governo collettivo della produzione. Uno scetticismo tanto più disturbante quanto più se ne ravvisi l’attualità. 

4. L’interpretazione grazianea pone tuttavia il seguente problema teorico. Se la classe capitalista determina a priori la scala e la composizione della produzione, occorre capire sotto quali condizioni queste possano coincidere con la scala della “domanda effettiva” keynesiana e con la composizione della “domanda effettuale” smithiana. In altre parole, date le decisioni dei capitalisti sulla produzione, bisogna interrogarsi sul modo in cui si determina l’equilibrio con la domanda, sia a livello macroeconomico sia a livello di singoli settori. Una possibile risposta risiede nei movimenti dei prezzi: i prezzi monetari si allontaneranno dai livelli originariamente fissati in corrispondenza del salario monetario dato, e i prezzi relativi di mercato si allontaneranno dai prezzi di produzione corrispondenti alla condizione di uniformità dei saggi di profitto tra i vari settori. 

Tali meccanismi di aggiustamento, a ben vedere, non sono affatto estranei alle indagini degli sraffiani tradizionali. Consideriamo quegli schemi di analisi, talvolta detti “di Cambridge”, che coniugano un sistema classico dei prezzi di produzione, una ipotesi classica sulla propensione al risparmio delle classi sociali e una equazione macroeconomica keynesiana (si veda, tra i tanti, Pasinetti 1962). In queste analisi, sotto l’ipotesi di un grado “normale” di utilizzo della capacità produttiva e per ogni data quantità di mezzi di produzione disponibili, le decisioni autonome della classe capitalista sul volume degli investimenti determinano movimenti dei prezzi tali da generare l’unico saggio di profitto compatibile con l’equilibrio macroeconomico, e così finiscono anche per fissare la distribuzione del prodotto tra le classi. Un risultato, si badi, anche questo refrattario a eventuali pressioni provenienti dai salari o dalla spesa pubblica. Certo, si potrebbe obiettare che esiste anche uno sraffismo che rifiuta le rigidità tipiche dell’ipotesi di utilizzo “normale” della capacità e che insiste sulla possibilità che il salario reale si ponga come variabile indipendente del sistema (tra gli altri, cfr. Garegnani 1992). Ma queste specificazioni non consentono certo di affermare che gli schemi “di Cambridge” siano estranei alla tradizione di ricerca ispirata da Sraffa. 

Quanto al problema dell’adeguamento tra composizione della produzione e composizione della domanda, e la conseguente coincidenza tra prezzi di mercato e prezzi di produzione calcolati in condizioni di uniformità dei saggi di profitto, gli sraffiani tradizionali non hanno mai negato che tale adeguamento richiede un assetto istituzionale favorevole a quella che i classici definivano “free competition”. Se gli ostacoli alla mobilità dei capitali da un settore all’altro, le barriere all’entrata, il potere di mercato delle imprese in ciascun settore, e così via, sono tali da pregiudicare la “free competition”, l’adeguamento non si compie e i prezzi di mercato tendono verso prezzi di produzione caratterizzati da saggi di profitto diversificati e non più uniformi tra i settori (si veda, ad es., Kurz e Salvadori 1995).  

Beninteso, tra questi detours sraffiani e l’interpretazione grazianea le differenze non mancano. Per Graziani, il problema dell’adeguamento delle domande “effettiva” ed “effettuale” alle decisioni di produzione della classe dominante non sembra riducibile a mere specificazioni sul grado normale o meno di utilizzo della capacità o sulla prossimità o meno a quella free competition che assicura l’uniformità dei saggi di profitto. Nell’ottica grazianea, la questione delle quantità prodotte date si pone piuttosto come un segno generale del comando capitalistico sulla produzione. Un comando che Graziani ravvisa non soltanto nel controllo diretto della forza lavoro, ma anche nell’accesso privilegiato alla finanza di cui gode la classe capitalista. Il processo capitalistico “circolare” va cioè inteso come un “circuito monetario”, che parte dalla misura della disponibilità del capitale bancario a finanziare le decisioni di produzione (Graziani 1996, 2003).  

5. Eppure, a ben vedere, tali differenze non sono sufficienti per giustificare una diaspora. Si può infatti dimostrare che l’interpretazione sraffiana tradizionale e la lettura grazianea possono essere racchiuse in un comune schema logico integrato, dove tutti gli elementi dell’una e dell’altra diventano specificazioni particolari del processo circolare che in generale caratterizza l’accumulazione capitalistica. Come ho cercato di mostrare qualche anno fa, in un medesimo schema di “teoria monetaria della produzione capitalistica” possono esser fatti rientrare tutti i casi delle diverse interpretazioni del sistema dei prezzi di Sraffa e delle sue possibili connessioni con l’analisi macroeconomica. In questo schema integrato, è infatti possibile analizzare le circostanze dell’uniformità dei saggi di profitto o delle deviazioni da essa, dell’utilizzo normale o delle deviazioni da esso, del salario reale determinato dall’equilibrio macroeconomico in base al movimento dei prezzi monetari o del salario reale come variabile indipendente, e così via. Tale schema generale non soltanto propone una possibile lettura condivisa di Sraffa, ma rende esplicita la circolazione dei flussi reali e finanziari e i connessi rapporti tra prezzi relativi e monetari, sui quali di solito la letteratura in tema lascia molti punti in sospeso. Infine, sul piano della storia dell’analisi, tale schema consente di tradurre in specificazioni matematiche persino le contrapposizioni filologiche tra due diverse declinazioni macroeconomiche della questione, intesa nei termini della “continuità” o della “rottura” fra il Trattato e la Teoria generale di Keynes (Brancaccio 2005; tra le varie possibili applicazioni dello schema a specifici temi di teoria e politica economica, cfr. Brancaccio e Fontana 2016; Brancaccio e Suppa 2018; Brancaccio e Buonaguidi 2019). 

Aderendo alla logica di questo schema e rielaborando il concetto fecondo di analisi “pre-istituzionale” (Pasinetti 1993; Koopmans 1975), si può dunque arrivare ad affermare che le interpretazioni tradizionale e grazianea di Sraffa non descrivono altro che specifiche declinazioni istituzionali del processo capitalistico. In termini matematici, si può parlare di un medesimo sistema di equazioni che opera come uno “stereogramma” generale, che assume diverse configurazioni istituzionali a seconda delle diverse scelte delle variabili esogene e delle diverse soluzioni che ne conseguono. In quest’ottica, la lettura di Graziani non è logicamente antagonistica ma può esser vista come un complemento dell’interpretazione sraffiana tradizionale. 

Se si concorda su questo punto, non resta allora che porre un interrogativo scientifico: quale specifica declinazione istituzionale del capitalismo prevale in ciascun momento storico? In particolare, quale prevale oggi? Da questo punto di vista, ad esempio, si potrebbe scoprire che l’interpretazione sraffiana tradizionale descrive meglio le istituzioni capitalistiche della guerra fredda, quando il potere della classe dominante era mitigato da conflitti, compromessi, e dalla continua minaccia di un’alternativa socialista. Mentre la specificazione istituzionale di Graziani, che insiste molto sui vincoli posti dalle autonome decisioni di produzione della classe dominante, può trovare evidenze favorevoli nell’epoca attuale, in cui la minaccia del “grande altro” è venuta meno, i compromessi sono finiti e si intensifica la tendenza verso la centralizzazione del capitale in sempre meno mani (sulla tendenza in oggetto, cfr. Brancaccio, Giammetti, Lopreite, Puliga 2018; in tema, cfr. anche Acemoglu e Brancaccio 2021). Con l’avanzare della centralizzazione, in particolare, il problema grazianeo del comando capitalistico sulla produzione potrebbe imporsi, diventare “strutturale”, restringendo così il campo di soluzioni dello schema. Così, dialetticamente, l’incedere della storia di volta in volta trasforma i connotati dello stereogramma.

6. Non sempre Graziani ha condiviso i miei percorsi di ricerca. Più di tutto, temeva che in accademia avrei pagato la smania di estendere troppo il campo di interessi. Una volta mi disse che avrebbe introdotto con molto piacere il mio primo libro se non fosse stato per alcuni miei voli pindarci su Alexandra Kollontaj, rispetto ai quali sembrava avvertire una disagevole distanza (se non un cortese, silenzioso dissenso). Amava troppo la libertà di pensiero per provare a suggerirmi di rimuovere quei cenni alla scabrosa rivoluzionaria comunista, né ovviamente tentai di persuaderlo a scrivere comunque la prefazione. Su una cosa, tuttavia, egli tenne sempre a comunicarmi il suo appoggio e più volte mi esortò ad andare avanti. Era proprio lo schema di teoria monetaria della produzione capitalistica, con il quale provavo a ricomporre alcune vecchie diaspore a mio avviso ormai prive di ragion d’essere.

Il mio primo articolo sullo schema di teoria monetaria della produzione capitalistica conseguì il premio Bresciani Turroni dell’AISPE nel 2004 e venne pubblicato sul Pensiero economico italiano nel 2005. Intorno a quella mia proposta di superamento della diaspora si formò un certo interesse tra i gruppi di ricerca coinvolti, da cui scaturirono alcune iniziative seminariali. La più rilevante fu quella in cui Graziani venne invitato dal Centro Sraffa a discutere di circuito monetario. Al termine della sua relazione, si aprì il dibattito. Alcuni colleghi presenti si soffermarono su qualche dettaglio tecnico, come il fatto che nella originaria lettura grazianea del circuito si poneva il problema dell’impossibilità del riborso del debito delle imprese verso le banche a meno di immaginare che i lavoratori consumassero tutto il salario, e in ogni caso restava in sospeso il problema del pagamento degli interessi. Quando venne il mio turno, spiegai che questi aspetti erano già stati risolti nel mio schema, escludendo l’assunzione inverosimile di perfetta sincronia tra i flussi di finanziamento e dimostrando così che la logica grazianea del circuito monetario restava in piedi senza bisogno di assumere l’intero consumo dei salari, gli interessi zero, o altre ipotesi eroiche. Una volta chiariti tali dettagli mi soffermai su una questione più generale, che reputo tuttora cruciale. Sostenni che la combinazione di Sraffa e Keynes suggerita dalle interpretazioni tradizionali costituiva la base irrinunciabile per una emancipazione dai modi abituali di pensiero e di espressione del marginalismo neoclassico. Tuttavia, aggiunsi che bisognava anche sottrarre le interpretazioni di Sraffa e Keynes – e noi tutti con esse – dal rischio di attribuire eccessiva enfasi ai progressi sociali che sarebbero potuti derivare dalle sole rivendicazioni salariali o dal mero governo della domanda effettiva. Occorreva in tal senso domandarsi perché dal filone interpretativo ispirato a una sintesi sraffiana e keynesiana fossero scaturite varie riflessioni implicitamente ottimistiche sulle lotte per la riforma del capitalismo, e poche analisi approfondite sul confronto tra il mercato capitalistico e l’alternativa radicale della pianificazione collettiva. Questa asimmetria di contributi in tema non era semplicemente un segno del tempo politico. Secondo me aveva anche una precisa causa teorica. Al riguardo, dissi che la dimostrazione che i prezzi di produzione capitalistici possono essere ricavati da una posizione di “lungo periodo” in cui sussite disoccupazione da carenza di “domanda effettiva” keynesiana, era certo un valido motivo per invocare riforme atte a regolare la scala assoluta del sistema. Ma aggiunsi che la tesi implicita in quella dimostrazione, di un adeguamento della composizione della produzione alla composizione della “domanda effettuale” smithiana fino al raggiungimento dell’uniformità dei tassi di profitto, rischiava di dare un’idea dei meccanismi di allocazione del capitalismo rispettosa del principio di sovranità del consumatore, e soprattutto ben funzionante. Un’idea sbagliata. Ammettere deviazioni “strutturali” da quell’adeguamento, allora, avrebbe potuto mettere meglio in luce i malfunzionamenti del sistema. Sarebbe da ciò emersa una visione del comando capitalistico più dura e più realistica, che avrebbe reso lampante l’esigenza di tornare a discutere di alternative politiche più radicali, in grado di limitare o addirittura neutralizzare quel comando. L’interpretazione di Graziani, che insisteva sulle decisioni autonome della classe capitalista sulla scala e sulla composizione del prodotto sociale, poteva forse contribuire in tal senso.

Con l’elegante malizia intellettuale che sempre accompagnava ogni sua riflessione, Graziani ravvisò nella mia ricostruzione uno “Sraffa rivoluzionario”, alquanto scettico sulle possibilità del gradualismo riformista e fautore invece di una prospettiva di piano. Condivise la lettura, come speravo. Non potevo invece prevedere la reazione di Garegnani, che fu tutt’altro che negativa. Qualche tempo dopo mi trovai a riparlarne con lui, che calorosamente mi invitò al suo tavolo in una cena istituzionale a Trento. Al termine di una intensa conversazione sui rapporti fra teoria, riforma e rivoluzione, Garegnani propose a Meri Luci di rendermi partecipe dei suoi studi sul calo della produttività del lavoro in Unione sovietica, una delle varie questioni irrisolte nella storia della pianificazione socialista. 

Graziani non c’è più, e con lui molti altri protagonisti di quella fase, che fu così formativa per me e per i giovani eretici della nuova generazione. Dal genio di quegli studiosi eccezionali, tuttavia, si potrebbe oggi trarre linfa per provare a riaprire, con pazienza e determinazione, il fronte principale di lotta teorica e politica. E’ la lotta ispirata dal grande problema dei guasti strutturali del capitalismo, dei limiti del riformismo nelle sue varie declinazioni, e delle possibilità del piano collettivo come alternativa generale di sistema (Brancaccio e Veronese Passarella 2021). Un problema che resta ancora lì, in attesa di soluzione, come un’ombra possente sospesa sulla storia.

1 Articolo scritto per il sito www.augustograziani.com. Ringrazio Roberto Ciccone e Marcello Messori per aver letto e commentato, da posizioni teoriche opposte, una versione preliminare di questo scritto. I loro rilievi critici e i loro suggerimenti hanno contribuito a individuare gli snodi principali dei problemi esaminati e ad affinare l’esposizione. Ogni responsabilità per quanto qui riportato è esclusivamente dell’autore.

Bibliografia

 

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Emiliano Brancaccio

Emiliano Brancaccio

Professore Associato di politica economica presso il dipartimento DEMM dell’Università degli Studi del Sannio

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